Danza

ADDIO ROLAND PETIT ANGELO RIBELLE DELLA DANZA

 

E così anche Roland Petit ci ha lasciato. Un’uscita di scena, la sua, in silenzio, senza le esplosioni dei tappi di champagne che cadenzavano molti dei suoi balletti più frizzanti. Dopo l’ultima apparizione sulle scene del Teatro dell’Opera di Roma, lo scorso dicembre, ad accogliere le acclamazioni del pubblico sempre con l’inconfondibile charme dei suoi gesti volitivi e sicuri, la testa alta, il sorriso aperto e consapevole – quasi una grande virgola sul volto aguzzo- e  l’eleganza di un giovane di ottantasette anni, Petit si è ritirato nella sua villa di Losanna e si è lasciato vincere da una leucemia fulminante

Par di vederlo,

Par di vederlo, incamminarsi lieve, con la camminata morbida calzata in scarpette jazz (Repetto, ça va sans dire: la celebre casa di scarpine da ballo era infatti sua da parte di madre), ora caracollando come l’amato Charlot, ora con la falcata aristochic di uno scettico in blu come il suo inarrivabile Monsieur Coppelius in frac.

Per Roland Petit, diciamo la verità, nessuna ascensione al vertice dell’Olimpo dei geni – come è stato per Pina, per Merce, per lo stesso Bèjart (con il quale condivideva il destino di grande “esiliato” dalla sua sede d’elezione, l’Opéra di Parigi).

Probabilmente, nella scalata all’Empireo, si fermerà poco più sotto e guarderà sornione alle vette apollinee, magari mischiando una battuta al miele con una al fiele. Perché Petit era così: ben lo raccontano le sue epocali arrabbiature con artisti prima idolatrati,  a tal punto da subire un vero e proprio ostracismo.

E le sue intemerate

E le sue intemerate, contro l’Opéra di Parigi, di cui lui stesso era in fondo figlio (figlio ribelle in verità, perché l’aveva abbandonata per iniziare la fascinosa avventura dei Ballets du Champs Elysées, con un’altra coreografa ventenne, Janine Charrat).

Ma l’acidità delle sue leggendarie arrabbiature si stempera nella valutazione del suo talento creativo, sornione, impudente, audace, fiorito appunto soprattutto in gioventù, in una Parigi appena uscita dalla guerra e dove era facile per il garçon dai ricci neri e lo sguardo pungente, approcciare l’antico segretario di Sergei Diaghilev, Boris Kochno per carpire i segreti dei leggendari allestimenti dei Ballets Russes, o andare allo studio di Pablo Picasso per chiedergli un bozzetto (e naturalmente ottenerlo) o fare di Jean Cocteau il suo mentore e consigliere, oltre che l’ideatore delle drammaturgie dei suoi primi grandi lavori, tra cui il vagabondo Les Forains – sulla vita del circo – o l’epocale Jeune Homme et la Mort, essenziale, intenso, tragico ritratto di solitudine e disperazione, profumato di esistenzialismo e con una coreografia fisica e rigorosa di eccezionale espressività.

Poi, nel 1949 arrivò Carmen

Poi, nel 1949 arrivò Carmen. Lo sguardo beffardo del ragazzo Roland  Petit osava andare oltre il bozzettismo spagnoleggiante: le taverne gitane si trasformavano nei bassifondi alla parigina, dove invece del flamenco si balla l’apache. Ma soprattutto nel cesellare la “sua” Carmen, Roland implicitamente sdoganava l’erotismo libertario  alludendo – sempre però trascese nel linguaggio classico – a pratiche erotiche decisamente poco auliche, ma soprattutto ammantando tutto di una maliziosa ambiguità, a partire dalla nuova identità della sua protagonista, cui non a caso  fece indossare la guepiere e tagliare i capelli alla garçon, trasformando per sempre il suo nome Renèe nel ben più allusivo Zizi.

E proprio Zizi Jeanmarie, compagna di arte e di vita fin qui, con la sua voce graffiante, le spalle sexy, le gambe più belle del mondo, diventò fonte di ispirazione e occasione di sfida per Roland Petit.

la deliziosa Leslie Caron

Come quando, dopo la deliziosa Leslie Caron che era passata dalla sua compagnia, Hollywood pensò di cercare una nuova piccante ballerina-attrice per i suoi Musical e Zizi venne scelta come protagonista del Magico Andersen con Danny Kaye e le coreografie, appunto, di Roland. E la stessa Leslie lo chiamò per coreografare le sequenze del sogno di Papà Gambalunga, dove Petit incontro anche la suprema eleganza jazzy di Fred Astaire, che avrebbe appunto citato nella sua deliziosa Coppelia venti anni dopo. Il musical e il music-hall erano infatti l’altro suo grande amore, oltre il balletto: nel corso degli anni per Zizi, ma anche per Serge Gainsbourg, Eric Vu An e molti altri divi francesi, firmò show di varietà molto chic e sempre petillant, con tocchi glamour e rigore da danse d’ecole.

Del resto, innegabilmente, Roland Petit restò sempre, nel cuore, l’enfant terrible che aveva voltato le spalle alla Maison, ma che non resisteva al suo richiamo: all’Opéra infatti tornava regolarmente per grandi progetti, come Notre Dame de Paris,su musiche di Jean Michel Jarre e con costumi glam dai colori acidi, di Yves Saint Laurent, in cui traduceva il romanzo di Hugo in asciutte linee neoclassiche piene di pathos e di erotismo, con memorabili caratterizzazioni per la bella Esmeralda, il laido Frollo ma soprattutto il patetico Quasimodo, la cui gibbosità era tratteggiata da uno spigolo aguzzo del braccio sollevato. E ancora, recentemente, Clavigo, neogotico racconto ispirato a Fuessli e alle atmosfere Sturm und Drang.

Amava raccontare, infatti, Petit

Amava raccontare, infatti, Petit. Anzi molti sostenevano che era il più grande autore di balletto narrativo del nostro tempo. Certo aveva facilità a delineare caratteri e a darne tocchi psicologici chiari, senza retorica espressiva, ma lirica asciuttezza fisica: così progetti audaci come la sua interpretazione di alcuni personaggi e episodi della Recherche proustiana (Les intermittences du Coeur) diventavano efficaci proprio per la sua capacità di “fissare” e tradurre in una coreografia di eleganza estrema e rarefatta espressività momenti topici (penso al duetto della “Prigioniera” o a quello maschile denominato “La caduta degli angeli ribelli”).

O ancora racconti molto vicini a lui nell’esprit, come Cheri di Colette (creato alla Scala per Carla Fracci e un giovane sensuale Massimo Murru) trovavano una pertinente realizzazione coreografica esaltante soprattutto la dimensione degli interpreti.

Petit infatti fu soprattutto coreografo per grandissimi solisti: tutti hanno danzato per lui, da Fonteyn a Khalfouni, da Plisetzkaya a Makarova, da Asylmouratova a Lacarra e ancora Nureyev, Dupond, Schaufuss, Le Riche, per non parlare degli amati italiani (Elisabetta Terabust, Massimo Murru, Alessandra Ferri, Eleonora Abbagnato, la Fracci, Bolle e il suo alter ego, il delizioso ‘danzattore’ Luigi Bonino).

Meno interessante il suo lavoro per l’ensemble

Meno interessante il suo lavoro per l’ensemble, seppure il suo Ballet de Marseille – che creò nel 1972 e ha diretto per venticinque anni – fosse una compagnia di ottimi talenti, ben utili a balletti più concertanti come il Pink Floyd Tribute o le Quattro Stagioni.

Uomo di teatro tra i più acuti e abili, perfetto conoscitore dei meccanismi e dei segreti per catturare l’attenzione dello spettatore e sedurlo con l’irresistibile sfrontatezza dei grandi istrioni della scena, negli ultimi anni Petit aveva rallentato la sua creatività, ma non la sua produttività che l’aveva portato – con inconfondibile fiuto – ad approdare con i suoi balletti in Cina: terra ormai pronta, per livelli artistici, a ben figurare nei suoi lavori seduttivi e intriganti.

Per lui, parigino fino al midollo, l’incontro con quelle creature misteriosamente belle e impenetrabili era un’altra irresistibile fascinazione che gli aveva regalato una ventata di rinnovata energia e l’aveva riportato ad affrontare una nuova avventura. Lui, del resto, aveva vissuto la sua vita artistica proprio come un continuo viaggio nel mare della vita: J’ai danse sur le flots, recita il titolo della sua autobiografia, del 1993. L’ultimo porto l’ha accolto domenica scorsa.

 

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