Arte

“BETYE SAAR – Uneasy Dancer” alla Fondazione Prada

La prima esposizione dell’artista americana Betye Saar, curata da Elvira Dyangani Ose, alla Fondazione Prada

 

 

Fondazione Prada presenta a Milano dal 15 settembre 2016 al 8 gennaio 2017 “Uneasy Dancer”, una mostra antologica dedicata a Betye Saar (Los Angeles, 1926).

L’anteprima stampa si svolgerà mercoledì 14 settembre, dalle ore 10 alle 13. Curata da Elvira Dyangani Ose, “Betye Saar: Uneasy Dancer” è la prima esposizione in Italia dell’artista americana che riunisce più di 80 opere tra installazioni, assemblage, collage e lavori scultorei creati tra il 1966 e il 2016.

“Uneasy Dancer” (danzatrice incerta) è l’espressione con cui Betye Saar definisce se stessa e il proprio lavoro che, per usare le sue parole, “segue il movimento di una spirale creativa ricorrendo ai concetti di passaggio, intersezione, morte e rinascita, nonché agli elementi sottostanti di razza e genere”. Il suo processo artistico implica “un flusso di coscienza” che esplora il misticismo rituale presente nel recupero di storie personali e di iconografie da oggetti e immagini quotidiani. Al centro della sua opera si possono individuare alcuni elementi chiave: l’interesse per il metafisico, la rappresentazione della memoria femminile e l’identità afroamericana che, grazie al suo lavoro, assumono forme e significati inediti. Come sostiene Saar, la sua arte “ha più a che fare con l’evoluzione che non con la rivoluzione, con la trasformazione delle coscienze e del modo di vedere i neri, non più attraverso immagini caricaturali o negative, ma come esseri umani”.

Il primo ricordo artistico di Betye Saar è ispirato dalla visione delle Watts Towers di Simon Rodia nel quartiere periferico di Los Angeles che frequentava assieme alla nonna negli anni Trenta. La costruzione delle torri, prolungatasi per un periodo di 33 anni, fu decisiva nel stimolare in lei la convinzione che i materiali di recupero potessero esprimere sia un contenuto spirituale che tecnologico. Dopo la laurea in design alla UCLA, Saar lavora come grafica dedicandosi all’incisione, al disegno e al collage. A partire dalla fine degli anni Sessanta, ispirata dall’artista americano Joseph Cornell, la sua sperimentazione con i materiali diventa sempre più tridimensionale e verso l’inizio degli anni Settanta inizia a creare veri e propri assemblage.

Attraverso il suo uso esperto di materiali di recupero, memorabilia personali e immagini dispregiative che richiamano storie negate o deformate, Saar sviluppa una potente critica sociale che sfida gli stereotipi razziali e sessisti radicati nella cultura americana. Negli anni Settanta, i suoi assemblaggi iniziano ad assumere dimensioni sempre maggiori, e diventano delle vere e proprie installazioni, accomunate da un approccio che unisce visioni e fedi di ogni tipo – da quelle più personali e misteriose a quelle universali – accostandole a riflessioni politiche.

“Uneasy Dancer” espande nel suo complesso temi fondamentali della pratica di Betye Saar, tra i quali la memoria, il misticismo e la costruzione di entità sociopolitiche. Questo emerge nell’opera seminale The Alpha and The Omega (The Beginning and The End) (2013-16), un ambiente circolare che allude al viaggio iniziatico e all’esperienza della vita umana. Questa installazione è stata concepita in occasione della mostra e include una serie di nuovi elementi che rappresentano l’idea del tutto, nella sua circolarità.

In mostra saranno presenti i suoi assemblaggi di immagini e oggetti inseriti in scatole o valigie, come “Record for Hattie” (1975) e “Calling Card” (1976), che assumono una dimensione performativa, anche se in miniatura. Altri assemblaggi, creati più recentemente e contenuti all’interno di gabbiette, come “Domestic Life”
(2007) e “Rhythm and Blues” (2010), rappresentano una condizione fisica e metaforica di segregazione, ma anche di resistenza e sopravvivenza. Questi lavori includono tracce del folclore afroamericano, combinando la dimensione politica a una visione spirituale che attinge a molteplici credenze e tradizioni di origine africana, asiatica, americana ed europea.

Inoltre sarà presentata una serie di opere che utilizzano strumenti di lavoro o elementi della vita domestica, come assi per il bucato, bilance e finestre, assemblati a fotografie o manufatti d’epoca, come le opere “Mystic Window for Leo” (1966), “The Phrenologer’s Window” (1966) e “A Call to Arms” (1997). Questi ultimi lavori che abbracciano vari decenni svelano, da un lato, una condizione intima e autobiografica e dall’altro alludono a una dimensione immaginativa e fantastica. L’impiego di fotografie, trattate come oggetti trovati, in lavori come “Migration: Africa to America I” (2006), diventa una modalità di celebrazione della bellezza e degli artifici della femminilità.

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