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Il Fieno, una storia segreta di Ponza: sesta parte, di Antonio De Luca

Una storia segreta di Ponza: il Fieno

“Il Fieno: una storia segreta di Ponza” è il libro pubblicato su Mam-e.it di Antonio De Luca poeta e scrittore di Ponza.

Il Fieno, una storia segreta di Ponza: sesta parte, di Antonio De Luca

Il Fieno, a Ponza, un’isola nell’isola: tra Mito e letteratura

E tu, uomo moderno, rispetta e ama ogni cosa che qui vedi, ogni cosa che incontri, una pagliuzza, una pietra, gli occhi del contadino, la sua bontà, i suoi racconti. Amerai il pettirosso che ti viene incontro e ti saltella davanti, quasi per suggerirti una strada. Il cane accarezzerai, sarà felice di incontrarti, se abbaia è il suo benvenuto. Così, l’asino che raglia ha sentito la voce dell’uomo e attende l’erba fresca. Ogni tuo pensiero dovrà avere qui un oltre, ​il viaggio non è cercare nuove terre ma bensì avere nuovi occhi​. Ricordati di Rousseau.

In questa terra sentirai la religiosità di David Thoreau. E agirai nella bellezza, dando una realtà al tuo mondo immaginario, a partorire il bello. Il viaggio comincia dal borghetto della Dragonara che si staglia con le sue ultime case davanti alla baia del porto. La strada, tra sterpaglie, sale verso il Monte Guardia, già tra vigneti e macchia mediterranea.

Viaggiatore, una segnaletica ti indicherà il sentiero

A destra guarderai sempre il mare con il porto, le barche e le navi. A sinistra salendo vedrai gli scogli delle Formiche, sole in mezzo al mare. Salendo ancora ti apparirà d’incanto la baia di Chiaia di Luna. I sentieri sono scolpiti tra ginestre, eriche e leggendari alberi di fichi. Arrivati sul pianoro della Guardia-Guarini, ad un’altezza di circa 100 metri, attraverserai stretti e antichi sentieri sopra argille spaccate in estate, fangose in inverno. Qui in inverno trovi tutto un fiorire di giunchiglie. Se ti volti indietro, nei giorni di tramontana o di freddo levante invernale, vedrai allora all’orizzonte la sagoma del Vesuvio, dove ancora risiede la Ginestra leopardiana. Poi la Ventotene del confine fascista con i suoi canneti, l’Ischia micenea con i vigneti del Biancolella e del Piedirosso e alla destra la Capri di Tiberio.

Tra i cisti e le eriche incontrerai uccelli migratori, rapaci e tortore. Uccelli stanziali come pettirossi e passeri. Invece in primavera e in autunno scorgerai gli uccelli che dall’Africa vanno nelle terre del nord Europa e viceversa, le allodole, i tordi, merli, e le beccacce. E vedrai sfrecciare in cielo il Falco Pellegrino, che qui risiede da tempo remoto e nidifica. All’imbrunire potrai ascoltare il canto delle berte che ritornano ai nidi tra le rocce del faro della Guardia. Sentirai il vento del volo del Falco in picchiata, così come della tortora o del colombo viaggiatore che ritorna dalle lunghe rotte migratorie.

Nei gelidi giorni d’inverno, non di rado, un poco di neve o del ghiaccio potrai trovare, allora la natura ti apparirà ovattata da un silenzio totale, rotto solo dal rumore dei tuoi passi. La poiana vola radente le eriche, sentirai il battito delle sue ali, prima di involarsi tra le correnti ascensionali della vallata. Il nibbio qui spesso nidifica, si libra nell’aria su di te, seguirà anch’egli i tuoi passi. All’imbrunire, il canto dell’assiolo è la voce dei vespri, al ritorno dei contadini nelle loro case.

La brezza di maestrale in primavera ed estate è compagna fedele

In autunno e in inverno, invece, i venti da sud ti si abbatteranno in faccia, violenti, ti scompiglieranno, ti renderanno spesso difficile il cammino: annunciano l’inizio della discesa verso i vigneti. Davanti, soltanto il mare. Il vento ti scaglierà in faccia la salsedine, che, portata dalle onde, si alzerà dal mare e sbatterà sul tuo corpo. Sentirai il sale sulle tue labbra, sulla faccia. Improvviso ora apparirà il Fieno, come un grande teatro dell’antica Grecia e il mare sta lì, come il grande palcoscenico della metafora esistenziale dell’uomo. Sarà inesprimibile la tua meraviglia, viaggiatore. La discesa in questo paesaggio naturalistico diventerà per te letteratura. E rimanderà ogni tuo pensiero a poeti, scrittori mediterranei e non solo. Sui sentieri lastricati dagli antichi massi di trachite, levigati dal tempo, sta il tuo cammino. I piedi poseranno sopra secolari massi che il cammino dell’uomo ha consumato. Viaggiatore non frenare i tuoi pensieri che scorrono senza sosta ora nella tua memoria. Tra i grossi massi di lava, risalenti a circa un milione di anni, e la ricca macchia mediterranea di lentischi, euforbie, mirti e ginestre, troverai i terrazzamenti che raccolgono e conservano le secolari vigne.

Qui viaggiatore apri la tua anima e volgi lo sguardo ai grandi della letteratura: pensa alla fatica di chi questo luogo l’ha curato e vissuto per un bicchiere di vino. Il vino che sfama le famiglie uscite dal dopoguerra, quando non si era costretti a emigrare. Dall’alto dei terrazzamenti, davanti alla curva-mare, ignota linea sull’orizzonte, noterai la curva del globo terrestre. Allora Eugenio Montale ti racconterà di fichi d’India e ginestre, della scontrosità della terra, del peregrinare dell’uomo nell’universo.

Vedrai davanti a te il sud: ​gloria del disteso mezzogiorno. Giù alla valle sentirai ​ora son io l’agave che s’abbarbica al crepaccio dello scoglio. Sentirai ​l’immobilità come il tormento​ del poeta. Qui il tramonto è lo stesso della sua amata Liguria. La Ponza montaliana rimanda, soprattutto qui al Fieno, al Monterosso ligure del poeta, tra bisce e scaglie di mare. Vedrai tra le vigne l’upupa saltellare, ​il nunzio primaverile ti ricorderà il tempo montaliano, ​il tempo che si arresta. E’ nel primo pomeriggio che si manifesta tutta la poetica di Eugenio Montale: le brezze, l’attonito silenzio rotto dal vociferare della fatica nelle vigne e sul mare.

E poi, tra gli scogli il murmure marino dove non è difficile incontrare gli ossi di seppia, avanzi di gabbiani o levigati tronchi, come sculture incastrate dalla mano violenta del mare. Ignota al pensiero umano la provenienza di ogni cosa che il mare naufraga tra le scogliere, così come è ignoto il fato al nostro andare. Viaggiatore fermarti dovrai, per ascoltare il silenzio tra gli scontrosi massi della scogliera.

Solo il silenzio esiste​, suggerisce José Saramago. Leggerai tra gli scogli il pensiero di Borges, Pessoa, Rilke.

Nella piena luce​ ​del giorno anche i suoni splendono​ ti ricorderà Fernando Pessoa da Lisbona. Sentirai ​lo stridio dei gabbiani​ di Vincenzo Cardarelli, l’onda di risacca, l’inebriante profumo di alghe marine durante la bassa marea. E Coleridge, ​la lieve brezza di mare sul​ ​mare silente. All’orizzonte ti potrà apparire la barca di un solitario pescatore o una nave per rotte mediterranee che non conosci, ma che puoi solo immaginare. La discesa continuerà tra l’odoroso mirto a destra e i ciclopici massi grigi scuri di basalto, testimoni delle viscere della terra. Sentirai ancora la loro energia eruttiva. La potenza ora sarà nel tuo pensiero che arde. Allora su una piccola pietra leggerai i versi di Ungaretti e sarai preso da un’intensa visione ancestrale.

Ricorderai la sua voce nel raccontare la stirpe divina di Ulisse, gli amori, le burrasche, i naufragi. Il verso Omerico farà di te l’argonauta di una nave chiamata te stesso. Ritornerai fanciullo, quando sui banchi grigi e neri, studiavi I Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli. Ascolterai allora l’allodola e l’usignolo, il raglio dell’asino, la voce lontana dell’umano. Saranno le tue emozioni, pennellate impressioniste sulla tela della tua anima.

Sarai tu, nella discesa verso la vigna, viaggiatore, il poeta solitario del Pascoli. A metà discesa, prima di arrivare alle prime cantine, intravedrai il blu mare, a strapiombo tra lecci ed euforbie. Nei fondali si vedranno i banchi di posidonia e gli scogli affiorare in un verde smeraldo. Sono i colori di Paul Gauguin, di Matisse, di Renoir, delle marine di Pablo Picasso. La brezza ti verrà addosso e ti invaderà col profumo del lentisco, del mirto, e della nepetella che cresce selvatica ai lati del sentiero.

Ecco allora apparire il Salvatore Quasimodo che non ti aspetti. Colui che ha tradotto nella tua lingua Omero e Saffo. Viaggiatore, sentirai ora la sua terra, la calura sicula tra le cicale e il fico d’india. Vedrai chino il contadino nella vigna, come a ritornare alla terra, ​trafitto da un raggio di sole. Incontrerai un secolare leccio, la cui fronda copre il cielo, è ​rifugio d’uccelli notturni, nell’ora più alta risuona d’un batter d’ali veloce.

Pensa alla terra su cui cammini: essa è ora l’isola quasimodiana. Allora ti apparirà l’isola tua interiore, la felicità perduta dell’infanzia, la bellezza. Rievocherai il tempo passato, la lontananza: è questa la condizione del perenne vagabondare. E cercherai nella natura la salvezza dalle tue inquietudini, come i romantici del secolo scorso, Novalis, Chateaubriand. Questo mistero che sentirai tutto intorno, viaggiatore, sarà fonte per te di eccitazione e tumultuoso godimento. Continuerai a camminare sui grossi blocchi delle mulattiere e, guardando il mare all’orizzonte, ricorderai Ugo Foscolo. A Zacinto, le sacre rive del mare.

Potrai vedere e sentire la potenza espressiva e religiosa del poeta

E poi su questo pelagos omerico che vedi e senti, viaggiatore, abbi la consolatrice illusione che Ulisse di qui sia passato, ché nel suo travagliato vagabondare, qui ebbe momenti di serenità. L’ultimo contadino, se lo incontrerai, ti offrirà del vino: bevilo con il dovuto godimento. Per gli uomini del Fieno l’ospitalità è sacra, come fu per i Feaci col divino Nessuno. Non c’è anche in te quell’Ulisse che ti fa navigare per il mare della tua esistenza?  E’ qui che il Foscolo ti darà la forza spirituale per il cammino. L’illusione e il sogno si libereranno davanti alla bellezza di questo luogo, per celebrare la tua Zacinto. Così viaggiatore sarai arrivato alla prima cantina, fermati qui e guardati tutto intorno. Alle pareti di tufo leggerai la poesia dedicata all’ultimo tra i contadini del Fieno. I contadini degli anni del dopoguerra, quelli che di questa terra hanno fatto un Mito.

Qui Luigi Mazzella, vignaiolo, ha trascorso ottant’anni della sua vita. Da questa loggia sul Mediterraneo ha guardato il mondo con gli occhi del bambino cresciuto tra le rive mediterranee; ha riso e sofferto le gioie e i dolori dell’agra esistenza contadina. Una targa ricorda la sua presenza. Viaggiatore, riprendi il cammino, ora davanti a te due sentieri: continuerai la tua discesa o volgerai verso sinistra. Qui incontrerai il leccio secolare e la casa-grotta di Giustino Mazzella, l’uomo che parlava alla vigna e ai pettirossi.

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