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Cinema,  Spettacolo

IL GRANDE LEBOWSKI: LA COMMEDIA PERFETTA DEI FRATELLI COEN

Questa sera in tv, su Iris, una delle commedie più struggenti e stralunate degli  ultimi vent’anni: ‘Il Grande Lebowski’, film in cui i Coen hanno saputo fondere sapienza autoriale e successo popolare, dando vita al ‘culto del Drugo’. Leggi la recensione, tratta dal Dizionario del Cinema di mam-e

Una commedia on the road, una detective story con al centro una sorta di svogliato Marlowe, un apologo grottesco sull’importanza del caso. ‘Il Grande Lebowski’ è questo e anche altro: un film sull’amicizia e forse l’ultimo grande poetico ritratto dedicato alla controcultura hippy: la stagione dell’amore vista ormai al suo tramonto e rappresentata dallo spiantato e rilassato dal Drugo, alle prese con il caso di una ragazza apparentemente in ostaggio e con una valigia di ‘verdoni’ da consegnare in scambio, tra improvvisi dubbi morali e colpi di scena.

Il Drugo, in questa avventura, è affiancato da macchiette strambe e indelebili dalla memoria dello spettatore: il pervertito Jesus, il pazzoide Walter, il gruppo dei ‘nichilisti’, il viscido assistente Brandt, l’inerte Donny, l’eccentrica Maude. Macchiette, certo, ma non sferzanti né acide, bensì baciate da una calda luce affettuosa, che sembra calare su di loro direttamente da un demiurgo (impersonato dal cowboy-voce narrante), pronto a perdonare con bonarietà le azioni di Drugo e  a dipanare le nebulose e fiabesche trame e del film.

Come in altri film dei Coen, ‘Il Grande Lebowski’ raccoglie momenti di sublime ironia ebraica, come il kafkiano incipit dello scambio del nome che dà il via all’intera vicenda (simile in questo all’esordio di ‘Brazil’ di Terry Gilliam), come la scena delle ceneri di Donny versate per errore sul viso del Drugo per un improvviso cambio del vento (ancora il birichino gioco del caso, del dio).

‘Il Grande Lebowski’ è anche, e forse sopratutto. un film sulla nostalgia: il Drugo vede scorrere il tempo e assiste alla fine di tutto con indifferenza empatica, con struggente candore, accettando quel che viene e, nella misura in cui gli è possibile, chiunque gli stia di fronte. Il suo è un personaggio inventato, eppure così perfettamente disegnato da far nascere, fuori dallo schermo, un vero e proprio vangelo dal culto profano: quello dei sensibili e sconsolati portatori del verbo della pigrizia e del take-it-easy, in contrasto con la nevrotica e (apparentemente) roboante epoca in cui ci tocca vivere.

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