Musica,  Spettacolo

LED ZEPPELIN: NEL ’69 IL DISCO D’ESORDIO

Il 12 gennaio di 48 anni fa uscì il primo leggendario disco dei Led Zeppelin: una tempesta nel mondo del rock

Il 12 gennaio 1969 i Led Zeppelin segnarono un solco sulla storia del rock e della musica, uscendo con il loro primo lavoro, “Led Zeppelin I“. Circa un anno fa il gruppo italiano “Il Volo”, dedito alla simil lirica, marchiò la sua distanza da tutto questo definendo la propria musica incompatibile con i gusti di chi era cresciuto ascoltando il gruppo inglese. In effetti, nulla da eccepire. Tutti se ne sono fatti una ragione. Cade oggi l’anniversario dell’uscita del disco grazie a cui Jimmy Page e soci hanno iniziato il oro cammino glorioso: tutto inizia dalla copertina in bianco e nero, con l’iconico dirigibile in fiamme nell’immagine scattata durante il disastro dello Zeppelin LZ 129 Hindenburg dell 6 maggio 1937. Ma il meglio va oltre la superficie e si trova tra i solchi del disco. Un album rivoluzionario e conservatore allo stesso tempo, che ha avuto la grande virtù di adattare al gusto dei tempi il folk e il blues dei decenni precedenti: alcuni brani dell’album sono infatti cover di celebri bluesman del passato, come “I Can’t Quit You Baby” e “You Shook Me“, rese più adrenaliniche e “dionisiache”.

Un disco pomposo, ridondante, elettrico, come i componenti del gruppo, di cui si raccontano eccessi a cui, parrebbe, i membri del Rolling Stone avrebbero solo potuto ispirarsi. Al pezzo d’entrata, il classico rock n’ roll di “Good times bad timessegue la ballata “Babe I’m Gonna Leave You” e iniziamo qui a fare conoscenza con gli splendidi vocalizzi di Robert Plant ed il tocco unico e fiabesco che la band ha saputo dare ai suoi brani più delicati e d’atmosfera (si pensi per questo all’esempio massimo dell’arcinotaStairway to heaven). Ma forse, oltre a i brani già citati e a tutte le altre perle del disco, il pezzo più rappresentativo dell’esordio dei Led Zeppelin rimane l’ultimo del lotto,”How Many More Times“: una cavalcata epica, caratterizzata da un’intro jazz, dalle urla modulate ed improvvise da posseduto di Plant, dai riverberi chitarristici di Page e dal selvaggio e tribale rimbombo della batteria di John Bonham. 

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