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Oltre al vaiolo delle scimmie e al Covid-19: di cosa ci dovremmo preoccupare?

Il cambiamento climatico probabilmente incrementerà la diffusione di virus. Il vaiolo delle scimmie e il Covid-19 sono solo due esempi di malattie causate dal malsano rapporto tra l’Uomo e la natura

L’occidente fino alla pandemia di due anni fa pensava di aver conquistato con la tecnologia e la medicina la natura e le malattie infettive, ma il Covid-19 e negli ultimi giorni il vaiolo delle scimmie hanno rimesso in discussione la cosa. Inoltre, il cambiamento climatico causato dall’attività umana e la conseguente perdita di habitat di molte specie di animali aumentano la possibilità di passaggio di malattie animali negli umani.

Non solo vaiolo delle scimmie e Covid-19

Secondo il ProMed, il più grande sito di sorveglianza di focolai al mondo, lo scorso mese è stato pessimo per quanto riguarda le malattie infettive. Ovviamente Covid-19 e HIV (AIDS) sono i problemi principali, ma la situazione non si limita a queste due malattie. Nelle ultime tre settimane ci sono stati 100 casi e 18 morti in Iraq per una malattia virale trasmessa dalle zecche (CCHF), 4 casi di Ebola e oltre 100 casi di peste bubbonica nella Repubblica Democratica del Congo, e svariati nuovi casi di polio in Malawi e Mozambico.  In Nepal, India e Cina sono stati riportati casi di tifo e i molti casi di febbre dengue, malaria e di virus del Nilo Occidentale in diverse parti del mondo.

In Europa e in Italia si sono verificati dei casi di vaiolo delle scimmie. Per il momento i casi accertati in Italia sono 6, di cui uno in Lombardia, e, secondo le analisi del DNA dello Spallanzani di Roma, tutti i campioni prelevati dai pazienti affetti sono riconducibili al ceppo dell’Africa Occidentale del virus. Inoltre, le analisi hanno confermato una somiglianza del 100% con gli altri casi riscontrati in Europa. “Il cosiddetto vaiolo delle scimmie rimarrà un fenomeno contenuto, probabilmente limitato ad un focolaio iniziale circoscritto”. Così ha affermato il virologo Massimo Galli. Recentemente, i cinghiali selvatici italiani sono stati colpiti dell’influenza suina africana con anche casi riscontrati a Roma.

Di cosa dovremmo preoccuparci?

Il genere umano nelle ultime decadi ha irrimediabilmente alterato il pianeta distruggendo habitat e cambiando il clima. All’aumentare della popolazione che vive in condizioni di sanità precaria con la fauna selvatica sono aumentate le probabilità che i virus compiano il cosiddetto salto di specie per poi mutare e infettare. HIV, Ebola, febbre di Lassa e vaiolo delle scimmie in Africa; Sars e Covid-19 in Cina; Chagas, Machupo e Hantavirus in America Latina; Hendra in Australia; Mers in Arabia Saudita.

Ma, secondo John Vidal, queste malattie sono bene o male controllabili con vaccini o cure. Ciò di cui dovremmo preoccuparci, invece, una nuova influenza aviaria che potrebbe nascere in una “fattoria a New York o in Inghilterra come in Cina o in Bolivia”. Per Vidal il problema risiede nelle decine di milioni di polli geneticamente simili, quindi più soggetti a malattie, che vivono a stretto contatto con uomini e donne in tutto il mondo. Il problema sorgerà se arriverà un virus con la trasmissibilità di Omicron e la mortalità dell’Ebola. Sappiamo che il Covid-19 ha una mortalità dell’1%, ma Omicron è altamente trasmissibile, mentre il vaiolo delle scimmie è “facilmente” gestibile con vaccini e contact tracing  e non dovrebbe porre un grosso problema, e Ebola è ha una mortalità attorno al 50%.

Vidal conclude la sua analisi affermando che la grande lezione del Covid-19 e del vaiolo delle scimmie è che molte malattie infettive nascono dal cambiamento ecologico e climatico. Di conseguenza, dobbiamo studiare un modo per convivere con gli animali selvatici proteggendo noi e loro, riducendo il disboscamento e ripensando l’agricoltura intensiva e investire in una “sanità planetaria”.

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Editor: Lorenzo Bossola

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