Arte

QUEL TORMENTATO MONDO DI SANDBERG

L’opera di Sandberg ha sempre richiamato Munch. Per le allucinazioni e quella maniera nordica di evocare la figura umana fra realtà e finzione, senza mai affermare nulla per certo. Non è un caso che la mostra a Modena sia stata allestita in maniera così disomogenea, senza un percorso preciso, il cui corpus del fotografo norvegese va a mescolarsi alle recenti acquisizioni della Fondazione Fotografia, opere firmate da artisti dell’Europa Occidentale.
È la prima volta che Sandberg arriva in Italia, dove viene celebrata la sua recente scomparsa e il ricordo della mostra al PS1 di New York di otto anni fa. Quella che gli aprì le porte dei critici americani, che folgorò il pubblico degli Stati Uniti per il suo stile, fotografie per lo più in bianco e nero, cariche di astrattismo, nutrimento per l’immaginazione.
I lavori esposti a Modena sono visioni e riflessioni sulla vita, in cui la figura umana diventa una proiezione di sé. Tutto è dicotomia e caos, come è un caos lo stesso allestimento, volutamente senza didascalie e senza una precisa composizione: a volerlo è stato lo stesso Sandberg, ne parlò prima di morire con l’amico nonché co-curatore Sune Nordgren (l’altro è Filippo Maggia Direttore della Fondazione). Perché voleva che gli spettatori si immergessero nel suo tormentato mondo interiore, raccontato da due documentari in mostra, con testimonianze di chi visse anche spesso accanto a lui.

 
Tom Sandberg. Around myself
Fino al 10 gennaio
Fondazione Fotografia
Modena

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