Dizionario Arte

Vermeer, Jan

Vermeer, Jan. Pittore olandese. Tra i più grandi artisti del XVII secolo, oggi è secondo per fama solo a Rembrandt. Le scarse notizie biografiche in nostro possesso provengono da documenti ufficiali contemporanei che a dicono sulla sua carriera, così che molti punti sono ancora oscuri.

Visse probabilmente sempre a Delft, sua città natale, e raramente se ne allontanò, anche solo per brevi viaggi. Divenne membro della corporazione dei pittori della città nel 1653 e fu eletto per due volte decano, ma non sappiamo chi fu il suo maestro. Tra gli artisti proposti si possono ricordare Carel Fabritius, Leonaert Bramer (anche se non c’è alcuna somiglianza tra le loro opere) e Balthasar Van der Ast.

Conosciamo solo 35-40 dipinti di Vermeer e, anche se alcune opere della giovinezza potrebbero essere state distrutte nell’esplosione della polveriera che danneggiò gravemente Delft nel 1654, è improbabile che il numero di opere che eseguì sia molto più elevato.

La maggior parte dei dipinti menzionati

La maggior parte dei dipinti menzionati nelle fonti antiche infatti sono identificabili con opere giunte fino a noi, mentre solo pochi quadri a lui attribuiti non sono menzionati in tali fonti, perciò sappiamo che pochi sono andati perduti. Questa limitata produzione potrebbe essere in parte spiegata dal fatto che quasi sicuramente Vermeer si guadagnava da vivere con altri mezzi e non con la pittura.

Suo padre infatti gestiva una locanda ed era un mercante di quadri e con ogni probabilità il figlio ereditò entrambe le attività. Ciò nonostante ebbe gravi problemi finanziari (aveva una famiglia molto numerosa, sua moglie gli diede quindici figli, quattro dei quali morirono prima del padre). I problemi economici di Vermeer aumentarono dopo l’invasione francese del 1672 che devastò l’economia olandese; la moglie fu infine dichiarata insolvente l’anno dopo la morte dell’artista.

 

Solo tre dipinti di Vermeer sono datati: La mezzana (1656, Gemiildegalerie, Dresda), L’astronomo (1668, Louvre, Parigi) e Il geografo (1669, Städelsches Kunstinstitut, Francoforte). (Un altro dipinto firmato e datato, Santa Prassede del 1655, è stato ritrovato negli anni Sessanta, ma la sua autenticità è stata messa in discussione; oggi si trova in una collezione privata.)

È difficile collocare gli altri dipinti in una scansione cronologica convincente, tuttavia la sua produzione si può suddividere in tre fasi ben distinte. La prima è rappresentata da due soli dipinti, Cristo in casa di Marta e Maria (National Gallery, Edimburgo) e Diana e le ninfe (Mauritshuis, L’Aia) entrambi probabilmente databili a uno o due anni prima della Mezzana.

Sono talmente differenti dagli altri quadri di Vermeer per dimensione, soggetto e trattamento pittorico che Diana e le ninfe fu per un certo tempo attribuito a un ignoto Jan Vermeer di Utrecht. La Mezzana segna il passaggio alla seconda fase della produzione di Vermeer; pur avendo in comune con i due dipinti precedenti le grandi dimensioni e la tonalità calda, esso rappresenta un momento di vita contemporanea, come tutti i quadri che Vermeer dipinse da quel momento in poi.

Nella parte centrale della carriera

Nella parte centrale della carriera (alla quale appartiene la maggior parte delle opere) Vermeer dipinse scene di vita domestica serene e armoniose, che per la bellezza della composizione, la pennellata e il trattamento della luce lo innalzano a un livello superiore rispetto a tutti gli altri pittori olandesi di scene di genere. Sono generalmente rappresentate una o due figure all’interno di una stanza illuminata da sinistra rispetto allo spettatore, impegnate in un’attività domestica o di svago.

I colori predominanti sono il giallo, l’azzurro e il grigio, combinati in impeccabili armonie di tinte fredde, e la composizione ha una purezza e una dignità che conferiscono ai quadri un impatto inatteso per opere di così piccole dimensioni. Nell’esecuzione i dipinti possono sembrare un po’ troppo levigati e dettagliati, ma Vermeer applica il colore a larghe campiture, con variazioni nella trama che suggeriscono giochi di luce con vibrazioni meravigliose.

Jan Veth disse che la superficie pittorica dei quadri di Vermeer sembrava fatta di “perle frantumate mischiate insieme”. Datano a questo periodo di grandiose realizzazioni anche l’unico paesaggio che dipinse, l’incomparabile Veduta di Delft (Mauritshuis) nel quale supera per lucidità e realismo d’atmosfera i più grandi specialisti dell’epoca, e il da lui amatissimo Stradetta (Rijksmuseum, Amsterdam). Un altro dipinto di questo periodo è l’Atelier del pittore (Kunsthistorisches Museum, Vienna), opera di dimensioni maggiori e di soggetto inusuale per Vermeer, nel quale mostra un pittore di schiena, probabilmente un enigmatico autoritratto.

Nella terza e ultima fase della carriera

Nella terza e ultima fase della carriera le opere di Vermeer perdono un po’ della loro magia e diventano in qualche modo più rigide. In questi ultimi quadri ci sono ancora splendidi passaggi di pittura, ma si è ormai persa l’assoluta naturalezza delle opere migliori. L’unico dei dipinti di Vermeer che può essere considerato un vero fallimento, l’Allegoria della Fede (Metropolitan Museum, New York) appartiene a questo periodo.

Sua moglie era cattolica e Vermeer forse si convertì al cattolicesimo, ma la figura della fede, rigida e statica, dimostra che egli non si trovava a proprio agio con le simbologie dell’allegoria *barocca. Ci sono riferimenti simbolici anche in altri dipinti, ma tutti, eccetto questo, hanno comunque un senso compiuto e comprensibile anche a un primo livello, a prescindere dunque da una lettura interpretativa.

Non si possiedono disegni di Vermeer, pertanto la conoscenza dei suoi metodi di lavoro deriva sostanzialmente da un attento esame dei dipinti. È molto probabile che abbia fatto uso in alcuni casi della camera obscura; l’esagerata prospettiva di alcuni dipinti (nei quali le figure e gli oggetti in primo piano appaiono esageratamente grandi) e il modo in cui i punti più luminosi appaiono leggermente sfocati sono effetti dovuti a lenti non sofisticate.

Lo scienziato Antony Van Leeuwenhoek (1632-1723)

Lo scienziato Antony Van Leeuwenhoek (1632-1723), noto per i suoi studi al microscopio, fu l’esecutore testamentario di Vermeer e si può ipotizzare che sia stato il comune interesse per l’ottica a farli incontrare.
Vermeer ebbe una buona notorietà in vita, ma dopo la morte fu rapidamente dimenticato. Durante il XVIII secolo i suoi quadri furono a volte attribuiti ad artisti più conosciuti, come Frans van Mieris, e nel 1833 il mercante d’arte britannico John Smith (1781-1855), un pioniere dello studio dell’arte olandese, scrisse di Vermeer: “Questo pittore è così poco conosciuto, vista la scarsità della sua produzione, che è abbastanza inspiegabile come abbia potuto raggiungere l’eccellenza che molti dei suoi dipinti mostrano”. La figura chiave per la riscoperta di Vermeer fu Téophile Thoré che pubblicò una lunga serie di articoli dedicati all’artista sulla Gazette des beaux-arts nel 1866 e lo soprannominò ‘la sfinge di Delft’.

Nascita: Delft 31-10-1632; Morte: Delft 15-07-1675

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