Dizionario Arte

affresco

L’affresco è un metodo di pittura murale che consiste nello sciogliere in acqua pigmenti polverizzati e applicarli sull’intonaco fresco appena steso sul muro.

Mano a mano che la parete si asciuga, ha luogo un’irreversibile reazione chimica che lega il pigmento con l’intonaco, rendendo l’immagine parte integrante della parete. La calce dell’intonaco, idrossido di calcio, si combina con il biossido di carbonio nell’atmosfera per formare uno strato di carbonato di calcio. Questa tecnica era anche chiamata buon fresco o fresco buono per distinguerla dalla pittura su intonaco a secco, chiamata per analogia fresco secco o semplicemente secco.

L’affresco è straordinariamente resistente nei climi secchi, ma se l’umidità penetra il muro, l’intonaco si sgretola e con esso la pittura. Di conseguenza quest’arte è stata praticata principalmente in paesi secchi, particolarmente in Italia (meno spesso a Venezia), e raramente nel nord Europa.

La tecnica è molto antica. I dipinti murali dell’arte minoica e greca furono probabilmente realizzati a fresco; quelli di Pompei certamente, e Vitruvio descrive un metodo molto simile a quello in uso durante il rinascimento. La pittura a fresco è stata praticata anche fuori dall’Europa, per esempio in Cina o in India.

La pratica italiana fu descritta nel dettaglio da Cennini all’inizio del XV secolo. Sul muro veniva stesa una mano d’intonaco, preparata con calce e sabbia mischiate in acqua. Una volta che questa superficie ruvida (l’ arricciato) si era seccata, tramite un filo o una cordicella si eseguiva dove necessario una quadrettatura, e su questa si riproduceva a carboncino il disegno di base. Sopra questo, si tracciava un disegno più dettagliato con un’ocra rossa chiamata sinopia. Infine, sulla base ruvida dell’arricciato si stendeva uno strato di intonaco più fine, detto tonachino. Questo costituiva la superficie finale dell’affresco e doveva essere molto liscio. Poiché la sinopia veniva in tal modo coperta, a gran velocità si dovevano indicare di nuovo sul tonachino le linee essenziali del disegno sottostante. Si applicava sul muro solo la porzione di tonachino che era possibile affrescare in una giornata, prima che si seccasse. Si poteva trattare di una porzione abbastanza estesa, se comprendeva pochi dettagli (per esempio un cielo), e una porzione più ristretta poteva occupare da sola un’intera giornata di lavoro, se richiedeva speciale attenzione (come la testa di un soggetto importante).

A un esame ravvicinato di un affresco si possono distinguere le giunture tra le porzioni di intonaco, che corrispondono ognuna a un giorno di lavoro. Così è possibile calcolare con una certa sicurezza il numero di giornate impiegate per la sua realizzazione.

Nella Cappella dell’Arena di Giotto, per esempio, sono state calcolate 852 giornate, per cui l’opera deve aver richiesto almeno due anni. Il resoconto di Cennini sulla tecnica dell’affresco fu scritto prima che entrassero in uso i cartoni, che sostituirono quasi ovunque le sinopie intorno alla metà del XV secolo. I cartoni avevano il vantaggio non solo di poter trasferire con accuratezza il disegno, ma anche di trasferirlo direttamente sulla superficie finale da dipingere (tonachino) piuttosto che sull’arricciato.

Il pittore d’affresco doveva dipingere con grande velocità, prima che l’intonaco si asciugasse. Le correzioni erano pressoché impossibili da effettuare senza rimuovere l’intonaco e applicare una nuova superficie fresca, quindi la tecnica richiedeva mano sicura e idee chiare. I colori disponibili erano limitati (dovevano essere chimicamente compatibili con il processo), e visto che avevano la tendenza a diventare più chiari seccandosi, l’intensità di tono era difficile da ottenere. Era difficile anche unire i colori, perciò si faceva un ampio uso del tratteggio per produrre effetti tonali. A volte venivano aggiunti tocchi finali a secco, dopo che l’intonaco si era asciugato, ma ciò doveva essere fatto con tempera all’uovo o pittura con collante, non con pigmenti puri e acqua.

Vasari definiva “spregevole” questa pratica, e le parti fatte a secco erano soggette a cadere, ma molti dei più grandi esponenti di quest’arte ricorrevano a questo espediente. Le difficoltà e le limitazioni dell’affresco spinsero gli artisti a dipingere il soggetto per ampie campiture e a trattarlo con audacia, promuovendo molto la purezza, la forza e la monumentalità della pittura rinascimentale italiana.

Giotto diede il via alla gloriosa tradizione italiana della pittura d’affresco, e da lui in poi molti dei maestri italiani più importanti realizzarono i loro lavori più famosi con questo mezzo espressivo: Masaccio nella Cappella Brancacci, Firenze; Piero della Francesca nella chiesa di San Francesco, Arezzo; Michelangelo nella Cappella Sistina; Raffaello nelle Stanze Vaticane; Correggio nelle chiese di Parma; Annibale Carracci nella Galleria Farnese.

Nel Settecento l’affresco si fece meno comune, e Giambattista Tiepolo fu l’ultimo nella serie dei grandi pittori italiani che se ne servì. Esso fu ripreso nel XIX secolo, specialmente a opera di pittori tedeschi come i nazareni e Cornelius, ma qualche importante decoratore del tempo, come Delacroix e Puvis de Chavannes, preferì usare il metodo del marouflage.

Nel XX secolo i più grandi esponenti dell’affresco sono stati i muralisti messicani Orozco, Rivera e Siqueiros.

Affreschi minoici
Affreschi minoici, Museo archeologico nazionale di Atene (XVI secolo a.C.)

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