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Ettore Messina: intervista all’allenatore dell’Olimpia Milano

Ettore Messina si racconta in un’intervista a Mam-e.it: “Sono fortunato ad allenare questo gruppo di ragazzi all’Olimpia Milano. C’è l’idea di migliorarsi ogni giorno”

Abbiamo intervistato con molto piacere Ettore Messina, l’attuale allenatore dell’Olimpia Milano, la squadra di pallacanestro più titolata d’Italia. Nato il 30 settembre 1959, Messina è uno tra i migliori coach in attività. Tanti i successi dell’allenatore biancorosso, tra cui sottolineiamo le vittorie di quattro finali di Eurolega. In Italia è diventato grande grazie alla Virtus Bologna. Si è poi seduto sulla panchina della Nazionale Italiana e, successivamente, su quella di club come Treviso, CSKA Mosca e Real Madrid. Da non dimenticare la sua esperienza in NBA con una stagione ai Los Angeles Lakers e dal 2015 al 2019 come assistente di Gregg Popovich a San Antonio. Una carriera ormai lunga più di 40 anni, che ha fatto sì che Ettore Messina diventasse un punto di riferimento per molti giocatori e allenatori sia in Italia che all’estero.

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Ettore Messina
1. L’intervista di Mam-e.it a Ettore Messina. Come prima domanda, volevamo partire dal suo arrivo all’Olimpia dopo la sua esperienza di cinque anni in NBA ai San Antonio Spurs al fianco di Gregg Popovich. Che cosa si è portato dietro dall’America nella sua attuale avventura sulla panchina di Milano?

Fondamentalmente quella che era la struttura degli Spurs, che per me è quella corretta per gestire una struttura sportiva. Quando mi sono incontrato con il signor Armani ed il signor Dell’Orco, nel momento in cui mi hanno chiesto di allenare l’Olimpia, la struttura degli Spurs è quella che gli avevo prospettato. San Antonio è organizzata in maniera tale che Gregg Popovich è sia il capo allenatore che quello che loro chiamano “The president of basketball operations”. Ciò vuol dire che lui è a capo di tutto ciò che riguarda la squadra e di tutte le decisioni che riguardano strettamente la pallacanestro. Popovich ha l’ultima parola su tutte le decisioni che riguardano giocatori da prendere, utilizzo del budget a disposizione che è stato assegnato dalla proprietà, scelta dei collaboratori tecnici, scelta dei collaboratori nell’ambito fisioterapico e dell’atletico, insomma tutto ciò che riguarda la squadra.

Questo vuol dire che, tu allenatore, hai la responsabilità di scegliere le persone che collaborano con te. Inoltre, hai la responsabilità di delegare a loro un sacco di lavoro perché ovviamente da solo non ce la fai perché ti devi concentrare nel fare ed allenare la squadra. Questo taglia la testa al toro a qualsiasi conflitto di competenza tra allenatore e general manager, cosa che invece è il punto cruciale di tutte le relazioni sportive che non hanno questo tipo di struttura, dove non è mai chiaro alla fine chi ha la responsabilità di aver fatto la squadra e chi ha la responsabilità di allenarla.

Ho prospettato questo modello organizzativo alla proprietà qui a Milano. Con mio grande stupore, nel giro di due ore, mi hanno detto che condividevano totalmente. Il signor Dell’Orco si è preso la responsabilità di essere il presidente “politico” della società. Da allora abbiamo attraversato momenti brutti e momenti molto belli e lo stiamo facendo credo con un’invidiabile coesione tra proprietà, squadra e organizzazione dell’Olimpia. Questa sinceramente è la cosa che mi fa più piacere.

2. Quindi la base è creare non solo un organico tra allenatore e giocatori, ma anche staff tecnico e manageriale più coeso e chiaro sugli obiettivi?

Tutto è legato soprattutto al concetto di responsabilità. Alla fine la responsabilità è mia se la squadra non va bene, se abbiamo sbagliato a prendere dei giocatori e non c’è un rimpallo tra un teorico presidente ed un teorico general manager o allenatore, che alla fine fa solo male. Una cosa di cui sono sinceramente molto orgoglioso è che, in tre anni che sono qui, non siamo mai finiti sui giornali per pettegolezzi, casini oppure presunti casini. Dell’Olimpia si vede quello che si fa in campo, che viene giudicato da quelli che sono fuori, ma non c’è tanta dietrologia perché non viene fuori una virgola. Anche perché, siccome tutto è abbastanza chiaro, i contrasti sono ridotti abbastanza al limite e, comunque, sono contrasti che poi sono differenze di opinioni, non tentativi di proteggere la propria posizione di teorico potere, cosa che ammazza tutte le organizzazioni.

3. Facendo sempre un parallelo l’America e l’Italia, più specificatamente riguardo alla situazione sportiva. Lo sport in Italia non è visto come qualcosa al centro dell’attività culturale e sociale. Al contrario, in America si punta tanto sullo sport e sul settore giovanile delle società. Cosa ne pensa?

Io ho cominciato ad allenare che avevo 17 anni e quindi parliamo di 45 anni fa ormai. Purtroppo, si parlava di quello che tu hai accennato già allora. La nostra grande diversità rispetto agli Stati Uniti è che noi non abbiamo un modello sportivo scolastico, quindi lo sport di base è affidato ai club. Volendo o non volendo questa è la situazione. Sinceramente, per quanto si cerchi di discutere e proporre lo sport nelle scuole come vedi non ci si riesce. Non ci si riesce per struttura del nostro sistema scolastico, per mancanza di strutture come palestre e tutta una serie di motivi. Bisogna tornare quindi alla realtà e cioè che le società devono fare il reclutamento ed investire nel settore giovanile, soprattutto le società di vertice.

I club che hanno teoricamente un po’ più di mezzi dovrebbero avere l’obbligo di fare un settore giovanile seriamente, perché in questo modo si crea un effetto a cascata: quelli che non sono buoni per la prima squadra possono giocare nelle serie inferiori alzando il livello; le società di serie inferiori possono avere più stimolo nel fare un settore giovanile grazie al fatto che la prima squadra va un po’ meglio. Bisogna quindi tornare ad un traino che non può che essere fatto dalle società di vertice che, aggiungo una cosa, devono essere però attentamente selezionate.  Nel senso che non puoi avere al vertice società che hanno problemi economici, non pagano e non rispettano le regole. Bisognerà avere un po’ meno squadre considerate professionistiche, ma che siano professionistiche nel vero senso della parola.

4. Tornando alla stagione attuale di Eurolega abbiamo potuto vedere come la difesa è stata l’arma chiave della squadra (contro CSKA, Zalgiris, Stella Rossa). Abbiamo quindi chiesto a Ettore Messina come riesce ad instaurare una così forte mentalità difensiva in giocatori con caratteristiche prevalentemente offensive, come Delaney, Rodriguez o Daniels

Prima di tutto, credo che la chiarezza su quello che si vuole avere è fondamentale. Nel senso che non è solo una questione di cosa tu chiedi ai giocatori, ma anche il giocatore deve percepire che poi tutte le tue decisioni come allenatore sono prese sulla base di quello che tu hai detto. La seconda cosa è che c’è una motivazione prettamente tecnica per poter lavorare su un’identità difensiva importante. Tutte le partite decisive, che sia un playoff, che sia una Final Four, che sia una finale di Coppa Italia e, soprattutto, nel caso in cui siano partite ad eliminazione diretta (finale coppa italia, semifinale e finale di eurolega), sono partite in cui, di solito, per la tensione altissima non si tira tanto bene. Di conseguenza, sono partite che vengono costruite e, molto spesso vinte, su una difesa importante perché i punteggi si abbassano.

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Ettore Messina e i giocatori dell’Olimpia Milano

Quindi se tu hai una mentalità difensiva come tua identità, a mio modo di vedere, ammesso che hai un certo tipo di livello offensivo (perché se non hai talento offensivo non vai da nessuna parte), hai più chance in quelle partite secche o comunque decisive per vincere dei titoli. Tutto questo, però, non può essere messo in campo ed implementato senza giocatori importanti che lo sentano loro. Ettore Messina ha poi aggiunto: per questo, per noi, l’arrivo di Hines è stato decisivo perché è un giocatore che vive e dimostra questo tipo di mentalità ogni giorno. Quest’anno ad Hines si è aggiunto Melli, che è un altro difensore di alto livello in Europa per come capisce, per come anticipa i tempi, per come si muove fisicamente. Inoltre, bisogna aggiungere che Devon Hall e Shavon Shields sono due giocatori che sentono la difesa come loro e come un momento importante.

A questi nomi ci aggiungerei anche Delaney, perché è sì un attaccante, ma vive molto il momento della sfida individuale contro il suo diretto avversario. Ricordo i playoff dell’anno scorso contro Baldwin del Bayern, che era il giocatore più importante della squadra avversaria. Delaney ha giocato le sue cinque migliori partite della sua stagione contro quel determinato giocatore. Avere 4 o 5 giocatori che vivono questo tuo modo di vedere il gioco è la cosa decisiva, perché così anche gli altri giocatori meno difensivi e più attaccanti ci provano perché sentono il dovere quasi morale di provare a fare del meglio anche in quella parte del gioco. Il merito è quindi certamente di questi giocatori.

5. Ha sottolineato l’importante ruolo di Hines all’interno della squadra e volevamo chiederle un commento sul ruolo dei veterani sia durante gli allenamenti che nei momenti chiave delle partite e la loro attitudine al lavoro

Sono fortunato perché qui abbiamo un gruppo di ragazzi che si allena molto bene. Gente che viene tutti i giorni, veramente anche quelli più anziani con l’idea di migliorare un piccolo aspetto del loro gioco. Questo come allenatore e come gruppo di allenatori ti dà un’enorme soddisfazione perché non c’è il trascinarsi quotidiano in attesa della partita, c’è più il senso di una cosa in movimento dove cerchiamo di fare quotidianamente dei passetti avanti.

Ognuno dei veterani, a cui aggiungo Melli e Delaney, ha un uno stile di leadership diverso. Kyle è una persona silenziosa, ma che ha la capacità di alzare un sopracciglio e far capire che c’è qualcosa da mettere a posto. È un giocatore che parla con i fatti e, pur parlando poco, quando parla ogni parola è pesantissima. Rodriguez e Delaney hanno anche un modo di giocare diverso. Il Chacho ha un modo di giocare divertente e coinvolgente, mentre Delaney è solido, duro e con pochissimi fronzoli. Quello che noto è che c’è anche un’incoraggiante disponibilità ad accettarsi anche così diversi. Ci sono profonde diversità umane tra uno e l’altro che, se non ci fosse la disponibilità ad accettarsi, porterebbero a qualche scontro di più frequente.

6. Sulla base di questo lei ha detto che ogni veterano, ogni giocatore ha un proprio approccio, una propria mentalità con la squadra. Allo stesso tempo, lo stesso approccio si può vedere anche tra i giocatori italiani (Baldasso, Biligha, Alviti e Ricci). Nonostante messi in secondo piano magari rispetto a giocatori di primo livello, che ruolo hanno nel collettivo? Il lavoro dietro è sempre legato ad una questione di mentalità?

È molto difficile giocare in squadre come Milano e Bologna e con squadre che hanno dei roster enormi per sopravvivere alla durezza dell’Eurolega. Ci sono dei giocatori che magari, alla fine, trovano gloria solo nella competizione nazionale. Una cosa che mi ha fatto felice nell’ultima partita contro Derthona è stato vedere che Baldasso e Alviti ci hanno cambiato la partita e di fatto ce l’hanno fatta vincere. Devi pensare che nelle ultime due settimane, compresa la Coppa Italia, Baldasso e Alviti hanno giocato o poco o niente. Questi ragazzi si sono fatti trovare pronti.

Secondo me, posso pensare, sperare e augurarmi che ci sia un piccolo merito da parte di noi allenatori. Anche perché, quando non giocano, questi ragazzi ricevono molte attenzioni, che sia per fare un lavoro individuale, che sia per correggerli, che sia anche per farci due chiacchiere. In questo i miei 4 assistenti (Gianmarco Pozzecco, Mario Fioretti, Marco Esposito e Stefano Bizzozzero) hanno una dedizione assoluta. Stanno vicino a questi ragazzi, gli fanno capire cosa devono fare e gli aiutano a superare momenti di frustrazione quando non giocano. Dall’altro lato, però, c’è la volontà di questi giocatori di allenarsi e farlo con giocatori come Hines, Rodriguez e Delaney è un messaggio continuo.

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Messina e Pozzecco
7. Viste le recenti dichiarazioni del signor Giorgio Armani dopo la vittoria della Supercoppa Italiana in cui ha detto che questa squadra è quella più forte da quando lui è patron dell’Olimpia, abbiamo chiesto a Ettore Messina se anche lui reputa che quest’anno reputa Milano possa fare un ulteriore salto di qualità?

Salto di qualità per me vorrebbe dire tornare alle Final Four e vincere lo scudetto in Italia. Ne abbiamo la possibilità però, sai, tante volte una palla fa così ed esce o va dentro. Ti dico però che sono contento perché sento che la squadra ne ha le possibilità. Alla fine, quando fai sport, credo che la cosa più importante sia avere la sensazione che puoi competere per quello che credi sia il tuo obiettivo massimo.

Noi sappiamo che possiamo giocare per tutto e, ovviamente, speriamo poi nel momento cruciale di farcela, però questo non è garantito. Non è mai scontato, soprattutto quest’anno che abbiamo avuto due infortuni a due giocatori fondamentali come Dinos Mitoglou e Shavon Shields. Essere qui, praticamente al loro rientro, che non abbiamo perso terreno né in Italia, né in Eurolega e, in più, abbiamo vinto la Coppa Italia devo dirti che mi fa molto molto felice. Temevo, quando si sono fatti male tutti e due, che a marzo saremmo stati in enorme difficoltà e invece abbiamo tutte le carte in regola per giocarcela.

8. Tornando alla NBA, come è stato vivere gli Spurs dei grandi giocatori (Ginobili, Duncan, Parker). Come è stato per Ettore Messina stare lì in quel momento con giocatori di quel calibro?

È stata l’esperienza più bella della mia carriera professionale. Andare lì e vedere tutti i giorni Duncan, Ginobili, Parker e anche Kawhi Leonard e come tutta una società si muoveva intorno a questi giocatori. Non c’è stato un ego di turno. Questi giocatori erano la vera struttura della squadra, però allo stesso tempo bisognava essere sempre esigenti con loro per mantenere alto il livello. Ettore Messina ci ha raccontato poi un piccolo aneddoto: gli Spurs e credo tutt’ora facciano così, non hanno mai fatto fare una pubblicità o un’attività che pubblicizzasse prevalentemente un solo giocatore. Almeno erano sempre tre giocatori insieme. Questo secondo me è un grande insegnamento, perché nelle piccole cose, ricordavano che nessuno era in grado di farcela da solo.

9. Come ultima domanda, una curiosità per Ettore Messina. Nella sua lunga carriera ha allenato giocatori come Sugar Ray Richardson, Danilovic, Ginobili, Griffith, Smodis, Papaloukas e tanti altri. Qual è quello che l’ha sorpreso di più? Tra tutti questi grandi giocatori riuscerebbe a sceglierne cinque per comporre un quintetto?

Faccio un’enorme fatica a scegliere cinque giocatori perché sono estremamente grato ed affezionato a tutti questi. Ho però avuto una grande soddisfazione che è quella di vivere vicino a Manu Ginobili all’inizio e alla fine della sua carriera ed è un ricordo che mi porto dentro. Una delle cose che mi ha sorpreso di più nella mia carriera e mi ha fatto crescere l’ammirazione verso questa persona è che Roberto Brunamonti, a 20 anni, aveva vinto quello che allora era l’oscar del basket (miglior giocatore del campionato) quando giocava a Rieti. 14 anni dopo ha vinto lo scudetto del 93’ a 34 anni ed è stato premiato come miglior giocatore della stagione.

Per me, che un giocatore sappia trovare il sistema di essere ancora così decisivo a distanza di 14 anni è qualcosa di incredibile. Da giovane era un giocatore che aveva enormi doti atletiche ma non aveva un gran tiro da fuori. Alla fine della carriera, invece, dove non riusciva ad andare con le gambe, faceva in modo che andasse la palla con un passaggio. Vuol dire quindi che aveva migliorato la sua tecnica individuale: era diventato un eccellente tiratore da tre punti. È un giocatore che si è evoluto con il gioco, rifiutandosi “di invecchiare”. Il fatto che abbia vinto questi premi a distanza di 14 anni la reputo una cosa stupefacente.

 

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Editor: Marta Colletto, Gabriele Gorlier

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